In quel momento entrò Michele che mi sorprese in condizioni critiche, evidentemente strafatto: occhi rivolti all’indietro, battito cardiaco rallentato e allucinazioni kitsch anni sessanta, tipo fluidi colorati che sgorgavano dalle pareti e che assumevano forme sempre più inquietanti. Tutto ebbe inizio la sera prima, durante una vacanza di tanti anni fa coi compagni di scuola. Ero giovane, ingenuo e vittima dei primi turbamenti adolescenziali. Disteso sulla branda ascoltavo i discorsi di due ragazzi seduti accanto a me. Erano i più grandi della comitiva e parlavano di musica. D’un tratto uno di loro, Michele, tirò fuori dal cilindro una musicassetta con alcuni classici del rock e fece partire Stairway To Heaven. Fu così che la conobbi. Eravamo in tanti dentro quella stanza, ma restammo in religioso silenzio fino all’ultima nota. Vidi un cielo tutto nero stagliarsi sopra di me, una luna perfettamente tonda e gli spiriti dell’aria che danzavano e svanivano inghiottiti dalle tenebre. Fu questo l’effetto che mi fece quella canzone, lo ricorderò sempre. Gli otto minuti più intensi della mia vita. Tutta la musica che avevo sempre ascoltato fino ad allora sarebbe bruciata all’Inferno nel girone dei nani sodomiti. Fu una vera e propria svolta, un po’ come quando conobbi quel vecchio capro col corno spezzato che si era smarrito nel giardino di casa mia.
L’indomani, mentre tutti erano impegnati a fare qualcosa di inutile, entrai in camera di nascosto, presi la musicassetta di Michele e la infilai nel mangianastri. Riascoltai Stairway To Heaven e anche tutti gli altri brani della compilation, fino ad arrivare a Heroin dei Velvet Underground. Fu la seconda svolta di quella vacanza. La voce soave di Lou Reed, quel suono così sporco eppure così confortante, quell’assolo di chitarra stridente e stonato ma al tempo stesso in perfetta sintonia con l’universo.
Michele spalancò la porta, dicevo, e mi sorprese in quelle condizioni, come se mi fossi calato tutte le droghe del mondo. I colori che si confondevano tra loro e quelle forme che mutavano continuamente mi avevano fatto sprofondare negli abissi della mia coscienza. L’ingresso di Michele mi riportò bruscamente alla realtà con addosso una sensazione di vergogna, quasi mi avesse sorpreso nel bel mezzo di un orgasmo multiplo. Notò anche lui quella strana espressione sul mio volto e, dopo un istante di esitazione, disse: «Vacci piano con quella canzone, rischia di farti male». Forse avrei dovuto dargli ascolto.
E’ stato allora che mi sono innamorato della musica.