FILE #00044 - mercoledì, 14 dicembre 2011

Kill Deep

Nonostante il disordine, quel piccolo appartamento aveva un che di familiare. Tutto era sottosopra e a stento riuscivo a intravedere il letto ricoperto di vestiti. Le pareti erano grigie e i pavimenti riportavano alla mente opere d’arte incompiute. C’era solo una porta che non ricordavo d’aver mai visto e così m’avvicinai per dare un’occhiata. Al di là di essa vi erano stanze grandissime e perfettamente arredate in uno stile d’epoca. Non potevo credere che facessero parte del mio misero appartamento, ma soprattutto non potevo credere di non essermi mai accorto della loro esistenza. D’un tratto, mentre esploravo quella meraviglia, mi fermai come paralizzato. Dinanzi a me un grosso cane nero mi fissava fiero e immobile sulle sue quattro zampette muscolose. La lunga catena d’acciaio che lo teneva legato ad un angolo oscuro della casa non gli impediva di muoversi liberamente per tutte le stanze. Cominciò così la mia fuga disperata alla ricerca di un angolino in cui la bestia non potesse raggiungermi: provai ad arrampicarmi sul davanzale di una finestra, ma le sue fauci bavose sfioravano le mie caviglie; provai a rinchiudermi dentro un armadio, ma le ante sottili non reggevano le spallate del molosso. Riuscii infine a nascondermi dentro una stanza poco più grande di uno sgabuzzino, con solo una finestra nella parete di fronte. Rimasi aggrappato alla porta che tentai di serrare con la chiave. Purtroppo quella maledetta chiave sembrava non voler funzionare. O meglio, girava e potevo benissimo sentire il meccanismo scattare, ma quando abbassavo nuovamente la maniglia si apriva senza alcuna difficoltà. Il cane non s’era accorto del mio nascondiglio e camminava avanti e indietro lungo il corridoio. Potevo vederlo dal buco della serratura. Mi voltai verso la finestra alle mie spalle e cercai invano di ricordare a quale altezza mi trovassi. Poi un verso feroce giunse da dietro la porta. Provai il desiderio di essere altrove ed ecco infine il sospirato risveglio. Erano le quattro del mattino e sapevo che non sarei più riuscito a riprendere sonno.

FILE #00043 - martedì, 19 luglio 2011

Kill Deep

Conoscete Daniel Johnston? E’ uno dei più grandi cantautori americani, di quelli molto tormentati tipo Syd Barrett. Lo amo fondamentalmente per tre ragioni. La prima è che ha sfornato dei brani di rara bellezza nel garage di casa sua, con un organetto per bambini e un piccolo mangianastri collegato alla ruota di un criceto. Regalava le sue performances a cani e porci per mera soddisfazione personale, in barba ai magnati dell’industria discografica. La seconda ragione è che siccome soffriva di sindrome depressiva e per di più l’unica donna di cui era follemente innamorato non voleva dargliela, un bel giorno decise di lasciarsi tutto alle spalle e di unirsi ad una compagnia itinerante di fenomeni da baraccone, con il gravoso compito di vendere i pop-corn. Fu allora che comprese il significato più intimo e profondo di libertà, oltre ad aver inventato i pop-corn al gusto di crotalo. Ma c’è una terza ragione, la più importante, che mi spinge ad amare questo artista meraviglioso. Una volta qualcuno gli chiese cosa pensasse del fatto che il grande Kurt Cobain avesse pubblicamente dichiarato di amare le sue canzoni. Vi rendete conto? Una celebrità del calibro di Kurt che si abbassava a cotanta ammirazione nei confronti di un artista pressoché sconosciuto. E lui, ingenuo e serafico, rispose «Chi cazzo è Kurt Cobain?». E da quel preciso momento Daniel Johnston è entrato a far parte della mia personalissima hall of fame. Alla faccia di Kurt che invece non c’ha mai messo piede.

FILE #00042 - martedì, 19 aprile 2011

Kill Deep

Lo trovai per terra una mattina di primavera, tutto ricoperto di polvere. Lo raccolsi come fosse un tesoro prezioso e subito me ne innamorai. Era un mantello rosso fuoco, capace di donare i superpoteri a chiunque l’avesse indossato. Certo, agli occhi di uno scettico sarebbe potuto apparire come un semplice straccio di stoffa rovinato, ma io ero capace di vedere oltre. Corsi subito a casa con il braccio proteso in avanti per simulare il volo di Superman. A volare davvero avrei imparato col tempo, che mica c’avevo il libretto delle istruzioni! Mia madre mi implorò di poterlo lavare, ma temevo che se gliel’avessi lasciato fare i superpoteri sarebbero svaniti. Decisi che l’avrei indossato sempre e che da quel giorno sarebbe stato una parte importante di me. Lo mettevo all’asilo, sopra il grembiule, lo indossavo a casa e persino sopra il pigiama, prima di andare a letto. Era la cosa più figa che avessi mai avuto. E mentre mia madre consultava le Pagine Gialle alla ricerca di una buona clinica psichiatrica, io cominciavo a pensare a come mettere in pratica le grandi responsabilità che inevitabilmente derivano da un grande potere. Dovevo iniziare da qualcosa di semplice, anche perché, data la mia tenera età, non mi era permesso allontanarmi troppo dal parco giochi sotto casa. E fu proprio lì che mi recai il giorno dopo. Feci la strada di corsa, col solito braccio proteso in avanti, e mi fermai dinanzi al parco con le mani orgogliosamente strette sui fianchi. Non vedevo l’ora di salvare qualche bambina in difficoltà e di far fronte alle numerose ingiustizie del mondo, ma con somma delusione mi accorsi che il parco era deserto. D’altronde a quell’ora lo era sempre, avrei dovuto ricordarlo. Un cespuglio trascinato dal vento mi passò davanti, accompagnato dall’incessante frinire di un grillo. Mi sedetti sull’altalena del parco in attesa che qualcosa accadesse. Finalmente, dopo quattro interminabili ore, vidi passare un gatto inseguito da un cane di pari dimensioni. Non era molto, ma era pur sempre un inizio. Mi misi a correre dietro al cane nel goffo tentativo di salvare la vita al gatto, ma dopo neanche un minuto, mi ritrovai a correre in direzione opposta con lo stesso cane alle costole. Essere un supereroe si stava rivelando più complicato del previsto, ma sapevo che prima o poi sarei riuscito a concludere qualcosa di buono. Qualcosa per cui essere orgoglioso.
Giunse l’estate e con essa il primo giorno di mare. Indossai il mio nuovo costume e ovviamente legai al collo il fedele mantello, compagno di mille avventure immaginarie. Mia madre tentò di convincermi che forse, almeno per quel giorno, avrei potuto evitare di metterlo, ma io non sentivo ragioni. Senza quel mantello sarei tornato ad essere una schiappa qualunque. Lei sosteneva che fossi ridicolo, ma io ripetevo a me stesso che come al solito non capiva nulla. Mi incamminai verso casa di Claudia, la mia vicina, perché quel giorno sarei andato al mare con la sua famiglia. Rimuginavo sulle parole di mia madre, domandandomi come facesse a non capire. Con quei pensieri nella testa bussai alla porta di Claudia e poco dopo mi aprì sua nonna. Appena mi vide scoppiò in una fragorosa risata, dicendo che vestito in quel modo le sembravo un… un… non le lasciai terminare la frase. Tornai a casa di corsa, profondamente ferito e amareggiato. Mia madre aveva ragione, con quel coso dovevo sembrare davvero tanto ridicolo. Levai il mantello e guardandolo, stretto tra le mani, mi apparve finalmente per quel che era: un semplice straccio di stoffa rovinato. Lo lasciai cadere sopra il cestino della spazzatura e tornai da Claudia con la coda tra le gambe, tentando di riallineare i miei pensieri a quelli di una schiappa qualunque.

FILE #00041 - martedì, 19 ottobre 2010

Kill Deep

«Mamma… stai dormendo?». Non dormiva. A quell’ora era sempre sveglia, ma piuttosto che accogliere un vagabondo insonne tra le lenzuola, avrebbe preferito godersi quel breve momento di pace. Osservò furtivamente mio padre che, disteso accanto a lei, russava come un rinoceronte africano disidratato. Avrebbe voluto che almeno per una volta fosse lui a fare gli onori della camera da letto, ma sapeva che non si sarebbe svegliato neppure con le cannonate. «Vieni, ma fai piano». La porta della camera si aprì e il giovane vagabondo corse subito da lei. Lo accolse a braccia aperte e lo fece accomodare sul suo grembo. «Ho fatto un brutto sogno», disse lui. «Ora è passato, non ti preoccupare», rispose accarezzandogli dolcemente la fronte. «Mamma… quando torna Marcello?», chiese poi con voce sommessa. «Presto, tesoro. Adesso chiudi gli occhi e dormi».

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FILE #00040 - martedì, 8 giugno 2010

Kill Deep

Colonia di Orvieto, disteso sul lettino dell’infermeria. Mentre riaprivo gli occhi sentivo una mano accarezzarmi il viso dolcemente, come faceva mia madre quando ero più piccolo. La testa mi girava ancora e distinguevo a malapena le figure intorno a me. «Sei tu, mamma?», dissi voltandomi. «Sono io, tesoro». Era proprio la sua voce. «Come mai sei qui?». «Mi hanno detto che ti sei sentito male e sono venuta a prenderti». Provai una piacevole sensazione di conforto nel sentire il profumo della sua pelle. «C’è anche papà?», chiesi ancora mentre cercavo di mettere a fuoco il suo volto. «Papà è a casa che ci aspetta». «Ti prego, andiamo via da questo posto». «Hai la febbre alta, devi stare ancora un po’ a riposo», disse mentre continuava ad accarezzarmi delicatamente il viso. «Voglio tornare subito a casa!». Raccolsi tutte le mie forze e provai ad alzarmi. La mano di mia madre si fece improvvisamente ruvida e mi respinse con violenza sul lettino. «Voglio… tornare…». Le dita ispide e appuntite come quelle di un demone mi stringevano il collo soffocandomi. Mi dimenavo sotto di lei, mentre il suo volto mostruoso e deforme si avvicinava al mio, con le fauci spalancate. Ricordo i denti affilati e la bava che colava copiosa sulla mia fronte. Tentai di gridare, ma non riuscii ad emettere un filo di voce. Sarei dunque morto così? Divorato da mia madre?

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