Da qualche parte in Guatemala

mercoledì, 6 febbraio 2013

L’anno scorso sono stato in Guatemala per tre lunghi mesi. Ero convinto che le differenti condizioni di vita sarebbero state l’ostacolo più grosso da superare nell’ambito di un’esperienza del genere. A quelle invece mi sono adattato facilmente. Il vero incubo è stata la convivenza con i tre membri (nel vero senso del termine) dell’associazione di volontariato con cui son partito, ribattezzati per l’occasione MacGyver, Akela e Nonna Papera. Tre individui che se avessi dovuto immaginarli più stronzi probabilmente non ci sarei riuscito. Talmente asfissianti che non ho potuto fare a meno di immortalare per iscritto quell’unica giornata in tre mesi trascorsa lontano da loro. Dal momento che la prima cosa che tutti mi chiedono a proposito del Guatemala è se ci sono ragazze fighe, vi dico subito che la risposta è no, è più facile imbattersi in un giaguaro vestito da motocilista. Perciò quello che segue è solamente il resoconto di una tipica giornata nelle terre del Chupacabra, senza giaguari e senza fighe.

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Chi è sepolto in quella casa?

domenica, 11 novembre 2012

Tornavo nella mia vecchia casa per una sorta di rimpatriata. Avevo trascorso la mia infanzia in una casa famiglia che ospitava bambini orfani e sfortunati. Non ero rimasto in contatto con nessuno di loro e cercavo di comprenderne il motivo. D’altronde tutti i bambini con cui ero cresciuto oggi avevano una loro vita e molto probabilmente non si frequentavano più da tempo.
Appena attraversai l’uscio mi tornarono alla mente i visi e i ricordi che con il passare degli anni si erano affievoliti. C’era una ragazza in particolare, si chiamava Simona. Era stata più di una sorella per me. Eravamo legati da un’amicizia intima e profonda e per questo non riuscivo a spiegarmi come mai fosse finita.
E mentre, seduti a tavola, le tutrici della casa famiglia ci riempivano di domande sulle nostre vite, dentro di me riaffioravano i ricordi più belli della mia infanzia con Simona. C’era un buco nella rete che delimitava il giardino dal quale sgattaiolavamo fuori per andare a giocare. Succedeva tutti i pomeriggi estivi. Qualche volta giocavamo tra di noi, altre volte ognuno andava con i suoi amici e alla stessa ora, prima di cena, ci ritrovavamo davanti a quel buco ed era come se non ci fossimo mai separati. Chiacchieravamo per qualche minuto per poi rientrare ed accertarci che nessuno si fosse accorto della nostra assenza.
Simona non era cambiata molto in tutti quegli anni, anzi: era esattamente come la ricordavo. L’unica differenza è che non scorgevo più nei suoi occhi quell’affetto spontaneo che da sempre scaturiva dai suoi sguardi. Mi sorrideva, certo, ma in modo diverso. A tavola scherzava e rideva con tutti ed io per la prima volta provavo una sensazione di gelosia. Non quella gelosia feroce che attanaglia gli amanti, perché amanti non eravamo mai stati. Ero geloso delle sue attenzioni, di quei piccoli gesti che un tempo rivolgeva solo a me. Intendiamoci, Simona era sempre stata carina e gentile con tutti, ma tra di noi c’era qualcosa di veramente esclusivo.

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Una scala per il paradiso

lunedì, 10 settembre 2012

In quel momento entrò Michele che mi sorprese in condizioni critiche, evidentemente strafatto: occhi rivolti all’indietro, battito cardiaco rallentato e allucinazioni kitsch anni sessanta, tipo fluidi colorati che sgorgavano dalle pareti e che assumevano forme sempre più inquietanti. Tutto ebbe inizio la sera prima, durante una vacanza di tanti anni fa coi compagni di scuola. Ero giovane, ingenuo e vittima dei primi turbamenti adolescenziali. Disteso sulla branda ascoltavo i discorsi di due ragazzi seduti accanto a me. Erano i più grandi della comitiva e parlavano di musica. D’un tratto uno di loro, Michele, tirò fuori dal cilindro una musicassetta con alcuni classici del rock e fece partire Stairway To Heaven. Fu così che la conobbi. Eravamo in tanti dentro quella stanza, ma restammo in religioso silenzio fino all’ultima nota. Vidi un cielo tutto nero stagliarsi sopra di me, una luna perfettamente tonda e gli spiriti dell’aria che danzavano e svanivano inghiottiti dalle tenebre. Fu questo l’effetto che mi fece quella canzone, lo ricorderò sempre. Gli otto minuti più intensi della mia vita. Tutta la musica che avevo sempre ascoltato fino ad allora sarebbe bruciata all’Inferno nel girone dei nani sodomiti. Fu una vera e propria svolta, un po’ come quando conobbi quel vecchio capro col corno spezzato che si era smarrito nel giardino di casa mia.
L’indomani, mentre tutti erano impegnati a fare qualcosa di inutile, entrai in camera di nascosto, presi la musicassetta di Michele e la infilai nel mangianastri. Riascoltai Stairway To Heaven e anche tutti gli altri brani della compilation, fino ad arrivare a Heroin dei Velvet Underground. Fu la seconda svolta di quella vacanza. La voce soave di Lou Reed, quel suono così sporco eppure così confortante, quell’assolo di chitarra stridente e stonato ma al tempo stesso in perfetta sintonia con l’universo.
Michele spalancò la porta, dicevo, e mi sorprese in quelle condizioni, come se mi fossi calato tutte le droghe del mondo. I colori che si confondevano tra loro e quelle forme che mutavano continuamente mi avevano fatto sprofondare negli abissi della mia coscienza. L’ingresso di Michele mi riportò bruscamente alla realtà con addosso una sensazione di vergogna, quasi mi avesse sorpreso nel bel mezzo di un orgasmo multiplo. Notò anche lui quella strana espressione sul mio volto e, dopo un istante di esitazione, disse: «Vacci piano con quella canzone, rischia di farti male». Forse avrei dovuto dargli ascolto.
E’ stato allora che mi sono innamorato della musica.

Il cane infernale

mercoledì, 14 dicembre 2011

Nonostante il disordine, quel piccolo appartamento aveva un che di familiare. Tutto era sottosopra e a stento riuscivo a intravedere il letto ricoperto di vestiti. Le pareti erano grigie e i pavimenti riportavano alla mente opere d’arte incompiute. C’era solo una porta che non ricordavo d’aver mai visto e così m’avvicinai per dare un’occhiata. Al di là di essa vi erano stanze grandissime e perfettamente arredate in uno stile d’epoca. Non potevo credere che facessero parte del mio misero appartamento, ma soprattutto non potevo credere di non essermi mai accorto della loro esistenza. D’un tratto, mentre esploravo quella meraviglia, mi fermai come paralizzato. Dinanzi a me un grosso cane nero mi fissava fiero e immobile sulle sue quattro zampette muscolose. La lunga catena d’acciaio che lo teneva legato ad un angolo oscuro della casa non gli impediva di muoversi liberamente per tutte le stanze. Cominciò così la mia fuga disperata alla ricerca di un angolino in cui la bestia non potesse raggiungermi: provai ad arrampicarmi sul davanzale di una finestra, ma le sue fauci bavose sfioravano le mie caviglie; provai a rinchiudermi dentro un armadio, ma le ante sottili non reggevano le spallate del molosso. Riuscii infine a nascondermi dentro una stanza poco più grande di uno sgabuzzino, con solo una finestra nella parete di fronte. Rimasi aggrappato alla porta che tentai di serrare con la chiave. Purtroppo quella maledetta chiave sembrava non voler funzionare. O meglio, girava e potevo benissimo sentire il meccanismo scattare, ma quando abbassavo nuovamente la maniglia si apriva senza alcuna difficoltà. Il cane non s’era accorto del mio nascondiglio e camminava avanti e indietro lungo il corridoio. Potevo vederlo dal buco della serratura. Mi voltai verso la finestra alle mie spalle e cercai di ricordare a quale altezza mi trovassi. Poi un verso feroce giunse da dietro la porta. Chiusi gli occhi desiderando fortemente di essere altrove, quand’ecco sopraggiungere il sospirato risveglio. Erano le quattro del mattino e sapevo che non sarei più riuscito a riprendere sonno.

Chi è Kurt Cobain?

martedì, 19 luglio 2011

Conoscete Daniel Johnston? E’ uno dei più grandi cantautori americani, di quelli molto tormentati tipo Syd Barrett. Lo amo fondamentalmente per tre ragioni. La prima è che ha sfornato dei brani di rara bellezza nel garage di casa sua, con un organetto per bambini e un piccolo mangianastri collegato alla ruota di un criceto. Regalava le sue performances a cani e porci per mera soddisfazione personale, in barba ai magnati dell’industria discografica. La seconda ragione è che siccome soffriva di sindrome depressiva e per di più l’unica donna di cui era follemente innamorato non voleva dargliela, un bel giorno decise di lasciarsi tutto alle spalle e di unirsi ad una compagnia itinerante di fenomeni da baraccone, con il gravoso compito di vendere i pop-corn. Fu allora che comprese il significato più intimo e profondo di libertà, oltre ad aver inventato i pop-corn al gusto di crotalo. Ma c’è una terza ragione, la più importante, che mi spinge ad amare questo artista meraviglioso. Una volta qualcuno gli chiese cosa pensasse del fatto che il grande Kurt Cobain avesse pubblicamente dichiarato di amare le sue canzoni. Vi rendete conto? Una celebrità del calibro di Kurt che si abbassava a cotanta ammirazione nei confronti di un artista pressoché sconosciuto. E lui, ingenuo e serafico, rispose «Chi cazzo è Kurt Cobain?». E da quel preciso momento Daniel Johnston è entrato a far parte della mia personalissima hall of fame. Alla faccia di Kurt che invece non c’ha mai messo piede.