FILE #00041 - martedì, 19 ottobre 2010

«Mamma… stai dormendo?». Non dormiva. A quell’ora era sempre sveglia, ma piuttosto che accogliere un vagabondo insonne tra le lenzuola, avrebbe preferito godersi quel breve momento di pace. Osservò furtivamente mio padre che, disteso accanto a lei, russava come un rinoceronte africano disidratato. Avrebbe voluto che almeno per una volta fosse lui a fare gli onori della camera da letto, ma sapeva che non si sarebbe svegliato neppure con le cannonate. «Vieni, ma fai piano». La porta della camera si aprì e il giovane vagabondo corse subito da lei. Lo accolse a braccia aperte e lo fece accomodare sul suo grembo. «Ho fatto un brutto sogno», disse lui. «Ora è passato, non ti preoccupare», rispose accarezzandogli dolcemente la fronte. «Mamma… quando torna Marcello?», chiese poi con voce sommessa. «Presto, tesoro. Adesso chiudi gli occhi e dormi».
Colonia di Orvieto, 24 ore all’alba. Riuscivo a intravedere la luce in fondo al tunnel. Un tunnel stretto e umido che sembrava non finire mai. Era la voce di una donna a guidarmi verso l’uscita. La udivo in lontananza, come un suono quasi impercettibile che via via acquistava forma e volume. Mi misi a correre, prima lentamente poi con tutte le mie forze. Attraversai quella luce calda e avvolgente ed ebbi come la sensazione di rinascere una seconda volta. Quando pian piano riaprii gli occhi, mi ritrovai nella sala riunioni della colonia, brulicante di bambini. In fondo alla stanza, una donna munita di microfono faceva l’appello. Leggeva i nomi da un’antica pergamena scritta a mano con caratteri gotici. Erano i nomi di coloro che sarebbero andati incontro alla salvezza. Tutti gli altri avrebbero dovuto patire quelle pene infernali per un altro anno, probabilmente costretti a lavorare come sguatteri o a vendere fiammiferi per le strade di Orvieto. Quella lista avrebbe segnato per sempre il destino di tutti noi.
Terminato l’appello, la donna si affrettò ad ingoiare la pergamena per poi scomparire in una nuvola di fumo. Una tecnica ninja molto in voga negli anni ottanta. Del mio nome nessuna traccia. Tanta angoscia, tanto dolore e per quelle persone neppure esistevo. Avrei voluto gridare, ma qualcosa mi trattenne dal farlo. Accanto a me, il capobranco singhiozzava in un mare di lacrime. Neanche il suo nome era stato pronunciato. Fu curioso constatare come quel ragazzino, così spavaldo e strafottente, in quel momento apparisse ai miei occhi come la creatura più innocente e vulnerabile del mondo. E se prima del famigerato appello nessuno aveva il coraggio di alzare un dito senza la sua approvazione, ora sembravano non accorgersi di lui. Stavano tutti quanti in piedi a pregustare l’imminente ritorno a casa, ignorando qualunque cosa potesse contaminare il loro entusiasmo. Provai ad avvicinarmi per consolarlo, ma tutto ciò che ottenni furono altre lacrime.
Mi allontanai dalla sala e poco dopo, più risoluto che mai, bussavo di nuovo alla porta del megadirettore. Scoprii che il mio nome era stato depennato quando chiesi il trasferimento di camerata, ma non era stato reintegrato nella nuova lista. Dopo qualche minuto di profonda e sofferta riflessione, il direttore tirò fuori dal cilindro un biglietto aereo che sarebbe dovuto servire per qualcun altro. Non mi importava, avrei venduto l’anima al Diavolo per quel pezzo di carta. Aggiunse però che non avrei viaggiato insieme ai miei compagni. Sarei rientrato il giorno successivo e avrei trascorso la mia ultima notte nella camera degli orrori. «Non lasciarti impressionare dal nome», concluse. «Non si tratta di una vera e propria camera. E’ più un vecchio magazzino infestato dagli spiriti inquieti di due gemelle».
La mia ultima notte in colonia fu particolarmente tormentata. Ripensavo a tutte le disavventure che m’avevano visto protagonista, a tutte le sensazioni spiacevoli che avevo provato, alle persone che avevo conosciuto, volente o nolente; a quelle volte che avevo fatto a pugni, a quelle volte che avevo pianto in disparte e ai miei compagni di camera, che mai più avrei rivisto. E mentre loro dormivano tra le confortevoli lenzuola del proprio letto, io stavo ancora lì ad osservare gli spettri di due gemelle che tentavano invano di attirare la mia attenzione con effetti speciali cruenti e copiose fuoriuscite di sangue.
Del viaggio di ritorno non ricordo nulla, eccetto che sopra l’aeroporto di Fiumicino s’era scatenata una feroce tempesta e temevo che l’aereo non sarebbe mai giunto a destinazione. Il cielo sembrava riflettere i miei pensieri. Ancora non riuscivo a credere che di lì a poco avrei rivisto la mia famiglia. Per tutto il tempo non avevo fatto altro che sognare quel momento. Avrei voluto sentirmi elettrizzato al pensiero, ma la verità è che dentro di me si stagliava un immenso vuoto. L’aereo si sollevò sopra le nuvole e ben presto la tempesta divenne un ricordo.
A Cagliari il sole splendeva, proprio come quando partii. Raccolsi la valigia e mi trascinai lungo i corridoi dell’aeroporto come uno zombi appena risorto. Abbracci e sorrisi colmavano di gioia la grande sala d’attesa, ma della mia famiglia neppure l’ombra. Non mi aspettavo certo che tornare a casa si rivelasse facile, ma per un attimo m’era balenata in testa la speranza che l’incubo fosse finalmente giunto al termine. Trovai un telefono a gettoni e composi il numero di casa. «Mamma, sono arrivato». «Ah… ti abbiamo aspettato tanto, ci avevi detto che saresti stato lì per le 10:00». «Lo so, è colpa mia». «D’accordo, senti… non ti muovere, vengo subito a prenderti». La colpa era stata mia per davvero. Avevo fatto confusione con gli orari, con gli spostamenti, con i nomi delle città. Mi ero sbagliato su tutto. Per di più la tempesta aveva ritardato il decollo ed ora l’orologio segnava quasi l’una. Mi misi a sedere in un angolo con la valigia sotto i piedi, le guance tra le mani e lo sguardo rivolto verso il basso. Seguivo i passi delle persone che camminavano dinanzi a me. I loro volti non m’interessavano e le loro storie men che meno. Se gli annunci all’altoparlante non fossero stati così frequenti probabilmente mi sarei addormentato.
«Marcello…». Sollevai la testa e vidi mia madre in tutto il suo splendore. Aveva uno strano sorriso dipinto in volto, a metà tra la gioia di rivedermi e l’imbarazzo di aver fatto qualcosa di sbagliato. Avrei voluto che fosse lei ad abbracciarmi per prima, ma non lo fece. Le chiesi dove aveva parcheggiato e, prima ancora che potesse rispondermi, mi incamminai verso la macchina.
La 126 verde sfrecciava nuovamente sul lungomare, tra serpenti a sonagli e dinosauri spiaccicati sull’asfalto. «Pensa che stamattina tuo fratello ci ha trascinati all’aeroporto quasi un’ora prima del tuo arrivo… quando ha visto che non c’eri si è messo a piangere e ha battuto i piedi per terra dalla rabbia». L’ascoltavo in silenzio. «Tutte le notti si alzava e veniva in camera mia… Non riusciva a dormire e chiedeva continuamente di te». Avrei voluto partecipare attivamente alla conversazione, ma mi ero incantato a guardare il panorama fuori dal finestrino. Lo stagno, i fenicotteri, le montagne… era tutto come lo ricordavo. Dopo un po’ mia madre smise di parlare, credendo che mi fossi addormentato.
Giunto a casa venni accolto da tutta la famiglia. Diedi loro i regali che avevo acquistato, due o tre chiacchiere di circostanza, mangiai qualcosa al volo e corsi a gettarmi sul letto. Mi alzai poco prima del tramonto e vedendo che non c’era nessuno decisi di fare un lungo bagno. Avrei dato qualsiasi cosa per poter trascorrere il resto della mia vita a mollo nell’acqua. Per due giorni non feci altro che dormire e guardare la TV. Non parlavo più e non uscivo di casa. Di tanto in tanto mi affacciavo dalla porta della cucina e restavo immobile ad osservare il giardino. Cercavo disperatamente di riappropriarmi dei miei spazi e di tutto ciò che sentivo da me così distante. L’argomento colonia non era più stato toccato. I miei si erano accontentati di quel poco che avevo raccontato all’arrivo. Del resto non avrebbero potuto capire, né io sarei stato capace di spiegare.
Un pomeriggio io e mia madre ci ritrovammo seduti al tavolo da pranzo, l’uno dinanzi all’altra. «Sai cosa?», dissi io rompendo bruscamente il silenzio di quei giorni. «Cosa?», rispose lei incuriosita. «Stasera voglio andare a giocare con Marco». «Non lo vedi da tanto, vero?». Dalla sua voce traspariva una strana sensazione di sollievo. «Mamma…», dissi ancora con lo sguardo rivolto verso il piatto. «Dimmi, tesoro». «Niente… è bello essere a casa».




Oddio… devo recuperare le puntate precedenti!
Ce la puoi fare.
Ma che fai? Redigi l’ultimo atto così, di punto in bianco, e neppure mi avverti!?
Volevo testare la tua prontezza di riflessi.
Hey Deep, ho letto i racconti della colonia e altri tempo fa in varie occasioni, ma solo ora mi decido a dirti che è un vero piacere leggerti, e che il sito più i vari annessi e connessi (hai inflazionato il web con tutti i tuoi account :)) sono più che divertenti.
Più che altro, essendo l’unico Deeproad in tutto il Web, è molto facile reperire gli account che ho sparso in giro. Grazie comunque per i complimenti, se fossi meno pigro scriverei con maggiore frequenza.