Chi è sepolto in quella casa?

domenica, 11 novembre 2012

Tornavo nella mia vecchia casa per una sorta di rimpatriata. Avevo trascorso la mia infanzia in una casa famiglia che ospitava bambini orfani e sfortunati. Non ero rimasto in contatto con nessuno di loro e cercavo di comprenderne il motivo. D’altronde tutti i bambini con cui ero cresciuto oggi avevano una loro vita e molto probabilmente non si frequentavano più da tempo.
Appena attraversai l’uscio mi tornarono alla mente i visi e i ricordi che con il passare degli anni si erano affievoliti. C’era una ragazza in particolare, si chiamava Simona. Era stata più di una sorella per me. Eravamo legati da un’amicizia intima e profonda e per questo non riuscivo a spiegarmi come mai fosse finita.
E mentre, seduti a tavola, le tutrici della casa famiglia ci riempivano di domande sulle nostre vite, dentro di me riaffioravano i ricordi più belli della mia infanzia con Simona. C’era un buco nella rete che delimitava il giardino dal quale sgattaiolavamo fuori per andare a giocare. Succedeva tutti i pomeriggi estivi. Qualche volta giocavamo tra di noi, altre volte ognuno andava con i suoi amici e alla stessa ora, prima di cena, ci ritrovavamo davanti a quel buco ed era come se non ci fossimo mai separati. Chiacchieravamo per qualche minuto per poi rientrare ed accertarci che nessuno si fosse accorto della nostra assenza.
Simona non era cambiata molto in tutti quegli anni, anzi: era esattamente come la ricordavo. L’unica differenza è che non scorgevo più nei suoi occhi quell’affetto spontaneo che da sempre scaturiva dai suoi sguardi. Mi sorrideva, certo, ma in modo diverso. A tavola scherzava e rideva con tutti ed io per la prima volta provavo una sensazione di gelosia. Non quella gelosia feroce che attanaglia gli amanti, perché amanti non eravamo mai stati. Ero geloso delle sue attenzioni, di quei piccoli gesti che un tempo rivolgeva solo a me. Intendiamoci, Simona era sempre stata carina e gentile con tutti, ma tra di noi c’era qualcosa di veramente esclusivo.

Purtroppo i bei ricordi non erano gli unici a riemergere durante quel tuffo nel passato. Una sera di tanti anni fa entrai nel bagno e provai ad aprire il rubinetto del lavandino. L’acqua non scendeva. Chiesi a un ragazzino che abitava con noi di dare un’occhiata. Così, mentre lui chinato sul lavandino controllava che non ci fosse niente ad impedire il passaggio dell’acqua, presi un’asse di legno dal mobile alle sue spalle e con quello gli ruppi il collo. Lo feci senza motivo, senza rifletterci, con la freddezza di chi schiacca una formica per sbaglio. E con la stessa freddezza rimisi l’asse al suo posto e mi allontanai. Corsi via attraverso il solito buco nella rete e rientrai solamente all’imbrunire. Incontrai Simona, anche lei di ritorno da una fuga serale e ci mettemmo a chiacchierare come facevamo sempre. La sua voce era rassicurante così come il suo sguardo ed io per un attimo mi scordai dell’omicidio che avevo commesso soltanto poche ore prima. Rientrammo in casa e ci dissero che era accaduto qualcosa di terribile.
Simona pianse per giorni, voleva molto bene a quel ragazzino. Cercavo di consolarla in tutti i modi, ma non riusciva a trovar pace. Una notte, mentre piangeva tra le mie braccia, mi diede un bacio sulle labbra. Aveva il viso solcato dalle lacrime e disse solamente «Scusami, ma dovevo provare». Io non avrei voluto ricevere quel bacio, perché non era in quel modo che la volevo. Ma era sconvolta e non avrei mai avuto il coraggio di rifiutarla. Per fortuna non accadde mai più.

La polizia non si fece mai vedere ed il tempo seppelì tutti i ricordi.

Chiesi scusa e mi alzai da tavola con una strana sensazione addosso. Mi recai al bagno. Con le mani appoggiate sui bordi del lavandino cominciai a fissare la mia immagine allo specchio. Allungai una mano per toccarla, ma incontrai la gelida superficie di vetro. Dopo qualche istante mi voltai e provai a rimuovere l’asse dell’armadio o forse dovrei dire l’arma del delitto. Si levava con la stessa facilità di allora. In quel momento avvertii una stretta al cuore. Avevo uscciso un amico a sangue freddo e in tutti quegli anni non l’avevo mai realizzato davvero.

«Sai… L’avevo capito». Era la voce di Simona. Mi guardava oltre la porta del bagno che distrattamente avevo lasciato aperta. «La sera in cui ci siamo baciati. E’ stato allora che l’ho capito». Solo in quel momento compresi il vero significato delle sue parole. “Scusami, ma dovevo provare”. Non voleva mettere alla prova i suoi sentimenti nei miei confronti, ma guardare dentro di me. E ci era riuscita, aveva visto la mia anima. Non ne fece mai parola, ma da quel momento le cose tra noi non furono più le stesse, nonostante io fingessi il contrario.
Mi affrettai ad uscire dal bagno senza rivolgerle un solo sguardo. E mentre mi allontanavo in tutta fretta sentivo i suoi occhi addosso a me, ricolmi dello stesso male di cui era intriso il mio spirito. Ed era una sensazione così nitida e così angosciante che mi costrinse ad aprire gli occhi, lentamente e faticosamente, nonostante fuori fosse ancora buio.

«Che strano sogno», pensavo tra me e me, mentre immobile sul letto cercavo di ritrovare un po’ di pace interiore. «Una casa famiglia poi… Chi me ne ha parlato? La ragazza di quella associazione. Ne gestisce una, se non ho capito male. Com’è che si chiamava? Credo me l’abbia detto, ma non lo ricordo. E poi? Ah si, ho visto The vampire diaries, l’episodio in cui Elena, dopo aver compiuto il suo primo omicidio, realizza di essere diventata ciò che non avrebbe mai voluto essere. Che altro ho visto? 1000 modi per morire. A un tipo affacciato cadeva addosso una di quelle finestre che si aprono verso l’alto e finiva con il collo spezzato. Devo essermi addormentato subito dopo. Mi domando soltanto perché proprio Simona. Forse la prossima volta che la vedo dovrei raccontarle tutto. O forse no, non ho idea di come la prenderebbe. Ho ancora sonno ma non credo che riuscirò a riaddormentarmi tanto facilmente. Spero solo che l’alba arrivi presto».

15 commenti

  1. Marienbad:

    Allora non avevo capito la risposta su fb…

  2. Nel sogno c’eri anche tu. Eri una delle ragazze sedute al tavolo. Tuttavia sei dovuta andar via presto. Il tuo è stato più che altro un cameo. Se fossi rimasta di più probabilmente ti saresti appropriata del sogno e l’avresti diretto verso altri lidi.

  3. Marienbad:

    Non sono mica Freddy Krueger…

  4. No, ma sei più regista di me.

  5. Marienbad:

    Dipende…

  6. E comunque dovremmo provare a dirigerne uno insieme.

  7. Pirkaf:

    Che sogno articolato, comunque bella storia. ;-)

  8. La cosa più incredibile è che non ho ritoccato nulla, nemmeno il susseguirsi dei flashback. Che io ricordi non ne avevo mai fatti di così elaborati.

  9. Marienbad:

    L’idea non mi dispiace affatto. Nel frattempo perchè non vieni a trovarmi? Ti ospito per un po’ di giorni, una settimana, un mese.

  10. Mi uccideresti ben prima di un mese.

  11. Marienbad:

    E perchè mai? Sei come un criceto. Zitto, introverso e mangi poco.

  12. … e quando non so che fare corro dentro una grossa ruota di plastica.

  13. Marienbad:

    Sei proprio una bella compagnia!

  14. Bello il nuovo look minimalista, ma hai eliminato la pagina figa coi link e le istruzioni!

  15. E’ vero, ho voluto ridurre tutto quanto al minimo indispensabile. E poi ormai la gente è più avvezza all’uso di WordPress. I link invece si sono trasferiti sulla barra laterale. Certo non c’è più la descrizione, ma per il momento preferisco così.

Lascia un Commento