Da qualche parte in Guatemala

mercoledì, 6 febbraio 2013

L’anno scorso sono stato in Guatemala per tre lunghi mesi. Ero convinto che le differenti condizioni di vita sarebbero state l’ostacolo più grosso da superare nell’ambito di un’esperienza del genere. A quelle invece mi sono adattato facilmente. Il vero incubo è stata la convivenza con i tre membri (nel vero senso del termine) dell’associazione di volontariato con cui son partito, ribattezzati per l’occasione MacGyver, Akela e Nonna Papera. Tre individui che se avessi dovuto immaginarli più stronzi probabilmente non ci sarei riuscito. Talmente asfissianti che non ho potuto fare a meno di immortalare per iscritto quell’unica giornata in tre mesi trascorsa lontano da loro. Dal momento che la prima cosa che tutti mi chiedono a proposito del Guatemala è se ci sono ragazze fighe, vi dico subito che la risposta è no, è più facile imbattersi in un giaguaro vestito da motocilista. Perciò quello che segue è solamente il resoconto di una tipica giornata nelle terre del Chupacabra, senza giaguari e senza fighe.

Dolores, Peten, 10 aprile 2012.

Sono le sei del mattino, l’unico mio momento di relax. Per tutto il resto del tempo vengo costantemente tormentato da MacGyver, Akela e Nonna Papera, che muoiono dalla voglia di insegnarmi a vivere. Hanno ottocento anni ciascuno, anche se ne dimostrano appena una sessantina. Purtroppo sono i miei compagni di ventura e sarò costretto a sopportarli fino al termine di questa lunga ed estenuante esperienza. MacGyver è un sempliciotto che crede di saper fare tutto. E’ convinto di essere un uomo superiore alla media; uno che fa la differenza qualsiasi cosa dica o faccia. Akela è la sua dolce metà. Una donna evidentemente depressa, soggetta a frequenti crisi di pianto e che non perde occasione per dispensare proverbi e perle di saggezza casalinga tramandate dalla sua defunta madre. Che poi delle volte mi giro e sta dormendo con questa faccia. Nonna Papera infine è la classica zitella acida, convinta che tutto le sia dovuto per una qualche legge universale ricamata sull’orlo delle sue mutande. Tre persone dalla mente ristretta, sempre pronte a criticare e a sospettare di qualsiasi cosa non rientri nelle loro piccole abitudini quotidiane. Tre persone che fin dal primo giorno hanno deciso che il mio ruolo sarebbe stato quello di figlio da rimettere in riga secondo la rigida educazione militare che lo stesso MacGyver si vanta di aver ricevuto in tenera età.
A parte questo il primo mese è volato. Ieri mattina Padre Ottavio, il missionario che ci scarrozza in giro per i villaggi più poveri del Guatemala, è venuto a prendermi verso le nove. Eravamo d’accordo che l’avrei accompagnato io solo, poiché gli altri tre sarebbero stati impegnati con le lezioni di italiano al collegio dei frati. Ma poiché quella mattina Ottavio avrebbe dovuto distribuire dei soldi per un qualche progetto strampalato nei pressi di un villaggio ancora più strampalato, occorreva l’aiuto di una persona che contasse il denaro e firmasse le ricevute. D’altro canto a me non era parso vero di poter trascorrere un’intera giornata lontano dai tre stronzi e avevo subito dato la mia disponibilità. A parte il fatto che le lezioni di italiano al collegio sono pallose quanto sei ore di Paziente inglese in loop.

«Oggi non prenderemo la solita strada per il villaggio. Sai com’è, le voci corrono e con tutto il denaro che abbiamo appresso c’è il rischio che ci assalgano». Queste sono state le prime parole di Ottavio dopo avermi fatto accomodare sul sedile anteriore del pick-up. «Ora si che mi sento tranquillo», gli ho risposto a bassa voce, mentre osservavo un tipo losco sull’altro lato della strada.
Nonostante le inquietanti premesse, il viaggio è stato piuttosto tranquillo, anche se ogni ostacolo lungo il tragitto, che fosse un tronco, una pietra o una vacca, temevamo fosse stato messo lì da qualche bandito con una benda all’occhio, una gamba di legno, un pappagallo sulla spalla e un uncino al posto della mano. Perché questa è la divisa d’ordinanza dei banditi guatemaltechi. Tra le altre cose Ottavio non aveva perso l’occasione di ricordarmi che qualche giorno prima, proprio in quel villaggio, un’intera famiglia era stata trucidata a sangue freddo da due balordi armati di uncini e pappagalli.

Per fortuna siamo giunti sani e salvi a destinazione. Il villaggio era del tutto identico a quelli che avevamo già visitato nei giorni precedenti: capanne di legno sparpagliate in mezzo alla giungla, donne che camminavano con cestini di varie misure sulla testa, galline, cavalli, maiali e bambini al pascolo. Dopo pochi convenevoli siamo stati immediatamente condotti in una grande capanna e lì ho cominciato a contare le banconote da distribuire e a compilare le ricevute. 26 ricevute, per l’esattezza. 26 ricevute seduto su una panca di legno durissimo, con centinaia di piccoli insetti tropicali che mi pungevano sul collo e sulle braccia. Al termine delle operazioni il mio fondoschiena aveva assunto la forma e la consistenza dell’asse di legno su cui era stato appoggiato per tutto il tempo. Ora che ci penso la cosa che più mi manca dell’Italia sono le superfici morbide su cui sedersi. Sembra che in America Latina non siano state ancora inventate.

Più tardi abbiamo pranzato come di consueto presso una famiglia del luogo. Ci è toccata una ciotola di fagioli con uovo sodo al centro, nonché un tamale dolce, fatto col mais e avvolto in una foglia di banano. Tra le pietanze tipiche che ho avuto modo di assaggiare finora, è stata indubbiamente la migliore. A parte il fatto che i tre stronzi dell’associazione mangiano soltanto pastasciutta con aglio e peperoncino e quindi non è facile riuscire a provare le cose del posto.

Terminato il pranzo, sapendo che Ottavio sarebbe stato impegnato per qualche ora con la solita noiosissima seduta di catechismo e non essendoci uno straccio di bambino con cui fare due tiri a calcio, ho deciso di dedicarmi alla nobile arte della siesta. In condizioni normali questa attività non mi è permessa, perché i tre stronzi considerano il riposo pomeridiano alla stregua di una messa nera con annessa orgia e sacrificio umano. Perciò ho pensato bene di approfittare della loro assenza per sdraiarmi un’oretta sul sedile del pick-up. Sono subito sprofondato in uno stato di dormiveglia e in breve i suoni della natura, all’inizio confusi e indistinti, poi sempre più chiari, hanno cominciato a farsi strada nella mia testa. Ma un attimo prima che il dormiveglia divenisse sonno profondo, sono stato bruscamente scosso dal ruggito delle scimmie urlatrici. Non avevo mai sentito nulla del genere, sembravano spettri assetati di sangue. Sono andate avanti per ore e così ho dovuto rinunciare alla mia siesta. E in ogni caso di lì a poco sono arrivati pure i marmocchi urlatori e abbiamo organizzato una partita di calcio. Dato il penoso abisso che si staglia tra la mia preparazione atletica e quella dell’abitante medio di un villaggio guatemalteco, posso permettermi di giocare soltanto con i bambini più piccoli e anche con loro riuscire a non stramazzare a terra con la bava alla bocca è una bella impresa. Sono capaci di correre come lepri per cinque ore di fila. Che poi più che correre dietro a una palla in quei villaggi non puoi fare, se sei un bambino.
Dopo il tramonto ho assistito a uno spettacolo meraviglioso: un trionfo di lucciole su tutta la distesa erbosa del campo e sugli alberi intorno. Sembravano le luci di una gigantesca metropoli. Non ne avevo mai viste così tante e a un certo punto ho temuto seriamente che potessero attaccarci. Sarebbe stata una morte bizzarra e ingloriosa.

Durante il viaggio di ritorno ho provato a dormire un po’, ma tre clamorose craniate contro il finestrino mi hanno ricordato che in Guatemala il riposo non è concesso. I sentieri che conducono ai villaggi sono costellati di vere e proprie voragini infernali.
I tre stronzi ci stavano aspettando per la cena. L’idea di dover tornare da loro mi aveva fatto torcere le budella durante tutto il tragitto, ma se non altro per un’intera giornata m’ero risparmiato le loro inutili osservazioni e i loro rimproveri per il mio comportamento socialmente inappropriato. Anche se so che oggi proveranno in tutti i modi a recuperare il tempo perduto, perché è così che sfogano la loro frustrazione dovuta alla lontananza da casa. D’altronde si tratta di resistere soltanto per altri due mesi, dopodiché potrò sfancularli in tutte le lingue del mondo senza correre il rischio di essere abbandonato in mezzo alla giungla, tra serpenti velenosi, iguane, scimmie urlatrici e lucciole assassine.

12 commenti

  1. Un ringraziamento particolare a Chenoa per aver rappresentato i tre stronzi alla perfezione.

  2. Ottimo resoconto: stronzi a parte, mi pare ne sia valsa la pena (anche a giudicare dalle photos).

    ps: tre mesi??? ma te non lavoravi?? ^^
    ps2: con gioia apprendo anche che, a distanza di anni, pure Chenoa è ancora viva.

  3. Niente lavoro in quel periodo, sono stato fermo per qualche mese. Comunque si, nel complesso è stata un’esperienza positiva, che rifarei e che mi sento di consigliare, possibilmente con una compagnia già collaudata.

  4. “possibilmente con una compagnia già collaudata”

    Già, anche se per esperienza dico che il viaggio stravolge gli animi di suo: mi è capitato di viaggiare col mio migliore amico, roba che sono almeno 28 anni che ci conosciamo, e lo avrei ucciso dopo il secondo giorno…

  5. Cosa che peraltro hai fatto.

  6. Li hai sfanculati poi in tutte le lingue del mondo?

  7. In effetti no, perché avrebbe significato doverli rivedere un’altra volta. La verità è che appena ho rimesso piede in aeroporto, sono sparito in una nuvola di fumo artificiale.

  8. Sembrerebbe che l’esperienza sia stata una specie di Colonia in età adulta

  9. Si, a dire il vero negli anni ho avuto modo di collezionare diverse esperienze coloniali, più o meno traumatiche.

  10. Pensa, io da un po’ di tempo colleziono esperienze colòniche (nel senso che, data la disocupazione, vado anche a lavorare i campi)…

  11. Gran bel diario di bordo e gran bella esperienza, saluti Deep. ;-)

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