Nonostante il disordine, quel piccolo appartamento aveva un che di familiare. Tutto era sottosopra e a stento riuscivo a intravedere il letto ricoperto di vestiti. Le pareti erano grigie e i pavimenti riportavano alla mente opere d’arte incompiute. C’era solo una porta che non ricordavo d’aver mai visto e così m’avvicinai per dare un’occhiata. Al di là di essa vi erano stanze grandissime e perfettamente arredate in uno stile d’epoca. Non potevo credere che facessero parte del mio misero appartamento, ma soprattutto non potevo credere di non essermi mai accorto della loro esistenza. D’un tratto, mentre esploravo quella meraviglia, mi fermai come paralizzato. Dinanzi a me un grosso cane nero mi fissava fiero e immobile sulle sue quattro zampette muscolose. La lunga catena d’acciaio che lo teneva legato ad un angolo oscuro della casa non gli impediva di muoversi liberamente per tutte le stanze. Cominciò così la mia fuga disperata alla ricerca di un angolino in cui la bestia non potesse raggiungermi: provai ad arrampicarmi sul davanzale di una finestra, ma le sue fauci bavose sfioravano le mie caviglie; provai a rinchiudermi dentro un armadio, ma le ante sottili non reggevano le spallate del molosso. Riuscii infine a nascondermi dentro una stanza poco più grande di uno sgabuzzino, con solo una finestra nella parete di fronte. Rimasi aggrappato alla porta che tentai di serrare con la chiave. Purtroppo quella maledetta chiave sembrava non voler funzionare. O meglio, girava e potevo benissimo sentire il meccanismo scattare, ma quando abbassavo nuovamente la maniglia si apriva senza alcuna difficoltà. Il cane non s’era accorto del mio nascondiglio e camminava avanti e indietro lungo il corridoio. Potevo vederlo dal buco della serratura. Mi voltai verso la finestra alle mie spalle e cercai di ricordare a quale altezza mi trovassi. Poi un verso feroce giunse da dietro la porta. Chiusi gli occhi desiderando fortemente di essere altrove, quand’ecco sopraggiungere il sospirato risveglio. Erano le quattro del mattino e sapevo che non sarei più riuscito a riprendere sonno.

È semplice. La casa, comprese le grandi stanze arredate con mobili d’epoca, è la tua. Solo che, come tutte le cose, l’hai dimenticato. Forse perché hai centosessantadue anni.
Anche il cane è tuo. Voleva solo la colazione e non capisce perché ogni mattina devi fare ‘sto giochetto del nascondino.
Più che altro voleva che fossi io la sua colazione.
Non so perché, ma ero quasi sicuro che stanotte l’avrei sognato di nuovo. Sembrava tanto uno di quei sogni destinati a divenire ricorrenti… O al limite reali.
I sogni sono la poesia dell’inconscio dicono alcuni e gli incubi? La versione onirica di un racconto Horror.
Saluti Deep. ;-)
Si, ma non potevo sognare semplicemente le donne nude?
Io non sogno donne nude dai tempi in cui Baywatch fece la sua prima apparizione su Italia Uno. Fai te i conti. :-)
A me le donne nude hanno stancato. Meglio sogni pieni di criceti in tutù! Il 2012 è l’anno dei criceti in tutù.
Mi stai facendo eccitare.
Forse involontariamente da parte tua, anche questo è un racconto molto blues. E quel cane ricorda Hellhound On My Trial di Robert Johnson.
Mi fa piacere, ma mi sarei volentieri accontentato di questo.
Immagino che il cane fosse l’immagine promozionale di quello che era il suo hit del tempo (di Elvis), che infatti combacia con quello che dovrebbe essere il periodo della foto, metà anni 1950. Il brano Hound Dog fu rubato all’immensa Big Mama Thornton, uscito nel 1953. Quello di Elvis arriva qualche anno dopo, musicalmente candeggiato e testualmente stravolto per adattarsi al pubblico dei teenager bianchi dell’epoca.
Si, da qualche parte ho una raccolta di brani scritti da Leiber e Stoller, dove c’è pure la versione di Willa Mae Thornton. Però non immaginavo che il brano fosse stato rubato, credevo fosse una cover ufficiale riarrangiata.
Il cane non fu tanto un espediente promozionale, quanto piuttosto un’idea di Steve Allen per mascherare le allusioni del testo. Lo stesso Elvis, per quel che ne so, giudicò la cosa una discreta idiozia.
Rubato nel senso che quando lo incise lei il brano ebbe successo, ma non ne ricavò granché e poi fu totalmente oscurata dalla maggior fama, tra il pubblico bianco, della versione pulita di Elvis, che per tutti diventò l’interprete originale della canzone.
Allora non c’erano cover “ufficiali”, nel senso che non venivano pagati diritti agli esecutori e/o autori neri, specie se sconosciuti al momento dell’incisione, ma erano pagati solo, quando andava bene, per la prestazione del momento, o con un assegno extra se il disco vendeva molto, un forfait casuale che si basava solo sulla generosità o meno di chi aveva depositato il brano. Tu pensa che la canzone di Big Mama vendette più di 2 milioni di copie, quella di Elvis immagino ancora di più.
Fu poi Janis Joplin che fece riscoprire ai giovani la figura di Big Mama, o meglio diciamo scoprire, alla fine degli anni 1960, periodo di blues revival, interpretando una sua canzone, Ball and Chain, al Monterey Pop.
Io dico che se anche lei avesse avuto un basset hound col cappello, la storia sarebbe stata diversa. E forse anche Janis Joplin sarebbe viva.
Il bassett hound non l’aveva, forse, ma in compenso Big Mama, che non era proprio femmina nel senso classico del termine, aveva una grande collezione di cappelli.
Qui en pendant con la camicia da boscaiolo ;)
Quello non è un cappello en pendant con la camicia, è proprio un ritaglio della camicia.